Relazione serata "L'arte di farsi obbedire"

Quando si desidera che i propri figli e figlie ascoltino e facciano ciò che chiediamo o indichiamo loro, che "obbediscano", si vorrebbe che la loro capacità di fare ciò che "vogliamo" noi fosse immediata. In realtà quello verso l'obbedienza è un percorso che affianca esperienza e istinto e porta l'adulto ad essere, per il bambino/a, una persona AUTOREVOLE (vedi definizioni), e per questo da ascoltare.

L'autorevolezza, a differenza dell'autorità, non porta all'obbedienza per paura o sottomissione, ma attraverso la relazione di fiducia che si è instaurata tra adulto e bambino/, educatore ed educando. L'adulto autorevole viene ascoltato perché è una guida, un punto di riferimento, caratterizzato da coerenza -conosce il ruolo che ricopre ed il valore che quanto fa assume per chi lo guarda e di lui si fida- e pazienza, perseveranza, perché quello verso la crescita è un cammino lungo ed irto. Si pone con fermezza e sicurezza quando fa le sue richieste e/o osservazioni, trasmettendo all'altro che "quello è il modo giusto per". Così l'altro percepisce la vicinanza di chi si prende cura di lui, ma anche il rispetto e l'amore che stanno dietro ogni suo gesto e parola. Con queste caratteristiche suscita (suscitare dal latino subs citare: spingere in alto, verso uno stato di libertà, verso l'età adulta) nell'altro l'obbedienza per rispetto: il bambino/a è libero di ascoltarmi perché ha fiducia in me, sa che sto desiderando il meglio per lui.

Essere dei punti di riferimento certi e sicuri è quanto chiedono i figli/e, che hanno bisogno di adulti che indichino loro la giusta linea da seguire, e portino avanti con coerenza e fermezza il loro pensiero. Che non cambino idea lasciandoli senza saper che fare e, sopratutto, su chi far affidamento. Bambini e bambine sono persone in crescita verso la socializzazione, che chiedono a noi di capire come si fa a vivere/stare nel mondo, quali sono i limiti, le regole e la disciplina, cioè le "istruzioni per l'uso".

Oggi limiti, regole e disciplina appaiono modi antichi e poco utili, concetti tabù. Si preferisce accontentare, se stessi e gli altri, in tutto, in particolare i propri figli, si adottano metodi educativi permissivi che facilitano solo in parte il lavoro di mamma e papà. È meno faticoso accontentare i propri figli/e, dona inoltre la soddisfazione di vederli felici subito, e di lasciarli momentaneamente appagati, evita le recriminazioni. Si priva però del piacere di desiderare e saper godere di un desiderio realizzato. E si trasmette un'idea di mondo non reale: che si può avere e ottenere tutto urlando più forte e sbattendo i piedi.

E non è così.

Dire no! e dare regole sono due situazioni alle quali, come adulti educatori, ci si vorrebbe talvolta sottrarre.  

In realtà sono però, a ben pensare, due fatti concatenati: se ho dato "regole" chiare e nelle quali credo, e mi ci riconosco, le applico io stesso, saranno più rare le occasione che mi vedranno a dover dire no! ad un bambino o bambina o ad un adolescente.

Ma perché mi dispiace dire no!? Il no è una negazione, è quella parola magica che bambini e bambine verso i 2/3 anni "imparano" ed esercitano per identificarsi e separarsi dall'altro, dal genitore. Un atto di potere. Anche per loro, che così facendo mettono alla prova la vostra "potestà", il vostro arbitrio/potere su di loro. Quando noi diciamo no! ai nostri figli/e o ai nostri alunni/e, stiamo esercitando un "potere decisionale" su di loro, che è vero, non fa sempre piacere esercitare. Se devo essere io a negarti una decisione, un'azione, un'idea, per me adulto-educatore, nel profondo, significa che non ti ho dato gli strumenti per prendere autonomamente la decisione corretta, per fare da solo la scelta giusta. E dispiace.

È forse per questo che siamo portati a dire tante volte si?

Dicendo sempre Si! in vero non trasmettiamo valori e non costruiamo persone LIBERE.

Dire no! è il primo strumento che il bambino/a mette in pratica per costruire la sua  identità dicevamo. Se non mi trovo mai in una situazione nella quale alcuni dei mie desideri, dettati solo dall'essere piccolo e non avere misura di tempo e cose, vengono disattesi, come mi creo la mia identità?

Facendo un esempio: quante volte, dopo un intero pomeriggio passato con gli amici, il vostro bambino/a si impunta che è rimasto poco e vuole fermarsi ancora...e che voi non gli lasciate mai fare niente- e per evitare brutte figure o scenate, lo accontentate. Intanto avrà vinto la prima battaglia, ma sembra anche sulla strada per vincere la guerra...a suon di capricci.

Che fare? Intanto vincere la battaglia: è ora di andare, forza! Fermezza e autorità. Anche attraverso gli sguardo e i gesti che parlano quasi più delle parole. Se mi mostro fermo anche nello sguardo e nel tono di voce, il mio messaggio non potrà essere mal interpretato. Fatelo in questi casi, sia che vi sia per voi la vera necessità di andare, causa impegni o motivo reali, sia, in altro caso, perché ormai dovete voi mettere il limite, vincere quella battaglia. Che porterà vostro figlio/a a vincere le future guerre con le quali crescendo si scontrerà. Sarete così, per i vostri bambini/e, ADULTI AUTOREVOLI.

Quindi infondo cosa sono le regole che fan un po' paura e fan credere di tornare ai tempi dell'autorità?

Sono in vero strumenti che da adulti doniamo a figli/e, ma anche agli alunni (perché comunque ci son regole specifiche anche per la scuola), che permetteranno loro di vivere bene di stare bene in un gruppo, negli ambienti, nella vita.

Le regole sono anche un bisogno, perché all'interno di queste regole, quasi confini o paletti, sono LIBERO, perché non sono lasciato solo a far ciò che voglio, senza aver però gli strumenti per scegliere davvero, non sono, senza limiti,  LIBERO di scegliere il BENE come lo sarei se avessi uno spazio in cui so che comunque "il bene" li c'è. Mi permettono di non muovermi totalmente alla cieca in un mondo tanto complicato.

I bambini chiedono in realtà regole ogni volta che mettono l'adulto alla prova, quando "tirano la corda" per così dire. Tutte le volte che al no! dell'adulto insistono con la richiesta e ogni volta insistono un po' di più, fin quando non si perdono le staffe. Ed è li che vogliono portare, semplicemente per capire QUANDO È TROPPO, fin dove si può arrivare. Da subito va trasmesso dove sta il troppo. Altrimenti lo cercheranno con i loro strumenti. Bambini e bambine devono sapere il limite, serve loro anche per fare le richieste, ma sopratutto per conoscere la vita negli ambienti esterni allo spazio privato della casa.

Tornando al no! di bambini e bambine. Sono importanti, indicano un lavoro che è stato fatto, uno spirito critico che è stato coltivato, unfuturo adulto che penserà con la sua testa (non ripiegherà nella deresponsabilizzazione).

Su questo no! sulla disobbedienza devo comunque lavorare. A 3 anni, accetto il suo no, ma allo stesso tempo pongo i limiti, dicendo dove stai sbagliando. Un capriccio a quest'età si misura CON QUANTO IO ADULTO TE LO LASCIO FARE. Mettendo uno stop senza interessarsi della testardaggine, senza scuse di "temperamenti", avrò agito bene. In futuro, verso i quattro anni, un modo d'essere disobbediente viene da una non corretta formazione. Che si potrà recuperare, ma con maggior impegno.

Per concludere. Gli adulti non sono saggi comandanti con sempre la "sapienza" in mano, tutti peccano, talvolta nel modo di porsi, talaltra nelle decisioni o richieste, è importante sapersi rivedere.

C'è quindi un decalogo di no! e regole:

Prima di tutto la giornata è dura per tutti, anche a 2 anni, se ti devo riprendere o negare qualcosa non mi dovrei sfogare su di te "aggredendoti", il messaggio non arriverà chiaro, il bimbo/a dovrà prima capire perché siete alterati. Un no! fermo, senza ulteriori parole che vanno a ledere la sua persona sarà sicuramente più efficace;

Spiegate. Un no! che chiude mi lascia inerme, ma non fa si che nella medesima situazione io adotti un comportamento diverso. Non so perché lo devo fare! Spiegare perché una cosa si fa, o un'altra va bene in un contesto, ma in un altro no, è importante. E siamo sempre sicuri che I bambini capiscono. E se anche non lo fanno la prima volta, al ripresentarsi della situazione avranno qualche esitazione a riproporre il medesimo comportamento.

Capricci a tavola o per il sonno, i più gettonati e preoccupanti, perché toccano il benessere dei più piccoli. L'importante è assicurare loro l'indispensabile per non stare male, diamo dei limiti, proponiamo associazioni piacevoli, ripensiamo al nostro vissuto a quell'età, poi cogliamo quando stanno approfittando e quando è reale malessere. Per il pasto c'è un inizio e una fine, certo non possiamo pensare che si modifichino se poi sanno che avranno il biberon di latte, o che al loro primo singhiozzo finiranno nel nostro letto.