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la lingua del cuore

Dare voce al proprio amore

"Comunicare" è un verbo caratterizzato da almeno due significati: passare informazioni o nozioni sulle cose e sulla realtà, ed anche esprimere emozioni, pensieri, sentimenti, cioè donare informazioni aggiuntive a quelle stesse parole che raccontano la realtà e la vita. Quando sentiamo il desiderio di esprimere queste "emozioni" sulla realtà?

Sicuramente le riserviamo alle persone che amiamo. Ma è sempre possibile donare all'altro la propria idea, visione, emozione sul mondo? Invero la spontaneità può talvolta essere bloccata dalla difficoltà di "trovare le parole" giuste o migliori.

Le parole per esprimere le emozioni ed i sentimenti sono iscritte nel cuore di ciascuno e possono uscire solo attraverso la sua lingua madre, quella appresa nei primi anni di vita, quella usata per iniziare a conoscere il mondo e le relazioni.

La lingua "madre" è proprio quella "della mamma": è la mamma che insegna a figli e figlie l'amore, racconta come donarlo ed anche come "riceverlo", mettendo le parole su ogni minimo sguardo, versetto o espressione del suo piccolo. "Che bel sorriso che mi hai fatto, mi hai resa così felice", una frase per dire "mi hai detto che mi vuoi bene"; oppure "vieni a farti abbracciare, che mi sei mancato", frasi, espressioni, quasi banali, che educano i più piccoli al vocabolario degli affetti. 

Ogni mamma straniera che in Italia cerca di usare questa nuova lingua con i propri figli e figlie, li priva un po' della spontaneità dell'amore, ed anche di un'immensa fortuna: il bilinguismo.

Ogni lingua che è possibile imparare fin da piccoli è qualcosa che arricchisce la persona, tanto cognitivamente, tanto culturalmente, e prima se ne entra in contatto, più spontaneo sarà l'apprendimento (sorridendo penso sempre ai dialetti dei quali i più piccoli sono curiosi, in realtà sono "altre lingue" e se pensiamo ai nostri nonni e, talvolta ai nostri genitori, spesso è con il loro dialetto che ci hanno dichiarato il l'amore per noi, nipoti o figli).

Talvolta la paura della "confusione" tra le lingue o della "non integrazione" poi, nella quotidianità (a scuola o ai giardini), fungono da freno per alcuni genitori, maggiormente nelle famiglie dove mamma e papà hanno diversa nazionalità e quindi lingua. Sfatiamo allora questa paura!

Fino ai sei-otto mesi, bambini e bambine sono in grado di discriminare, cioè percepire e riconoscere, i fonemi (i suoni) di qualsiasi lingua, del resto, per loro, tutte sono "sconosciute", questa capacità va pero scemando se non viene sostenuta dalla quotidianità, quindi proponendo ciascuno il proprio idioma. Perché bambini e bambine non "confonderanno" (quasi mai) i vocaboli e le lingue? La teoria, come sempre in pedagogia sostenuta dalla pratica, parla di "una lingua, una persona": se ciascuno si rivolge a bambini o bambine con il suo idioma (e ciò può valere anche per i contesti, scuola e casa ad esempio), così che i più piccoli possano identificare un certo tipo di linguaggio con quella persona – o quel contesto –, e se ciascuno rimane nel proprio spazio lessicale, cioè non prova a "tradurre" per il bambino "perché potrebbe non aver capito", o capire meglio nell'altra lingua, non sorgeranno confusioni. Le diverse lingue verranno conosciute e riconosciute ed emergeranno a seconda delle richieste del contesto.

Penso sempre ai risvolti positivi: poter dire "ti amo" in tutte le lingue del modo...e poter decidere a chi dire "ti amo" con la lingua del cuore.